Terapia nella lingua madre: perché fa la differenza

“In italiano non riesco a dire quello che sento”

È una delle frasi che ascolto più spesso al primo colloquio con pazienti francofoni che hanno già provato un percorso psicologico in italiano. Persone che parlano un italiano eccellente, che lavorano in italiano tutti i giorni, e che però, davanti alle proprie emozioni, si scoprono improvvisamente senza parole.

Non è un caso, e non è un limite personale. È un fenomeno ben conosciuto in psicologia: la lingua in cui siamo cresciuti non è equivalente alle lingue che impariamo dopo. E in un percorso psicologico questa differenza pesa.

Le emozioni parlano la lingua dell’infanzia

Le nostre emozioni fondamentali si sono formate nei primi anni di vita, dentro la lingua materna. Le parole che le nominano: la peur, la honte, la colère, la tendresse: non sono semplici etichette: portano con sé tutta la storia affettiva in cui le abbiamo apprese. Quando le pronunciamo, risuonano nel corpo in modo diverso rispetto ai loro equivalenti in una seconda lingua.

La ricerca sul bilinguismo mostra che parlare di contenuti emotivi in una seconda lingua crea una distanza: le parole sono corrette, ma “sentono” meno. Questa distanza a volte può perfino essere utile, per avvicinarsi a temi troppo dolorosi. Ma quando diventa la condizione permanente del percorso, rischia di trasformare la terapia in un esercizio intellettuale: si parla delle emozioni senza mai toccarle davvero.

Cosa cambia concretamente in seduta

Niente fatica di traduzione. Parlare di sé è già impegnativo; farlo cercando le parole in una lingua straniera aggiunge un carico cognitivo che sottrae energia al lavoro emotivo.

Le sfumature arrivano intatte. La differenza tra “je suis triste” e “j’ai le cafard”, tra mille espressioni intraducibili, è esattamente il materiale di cui è fatto il lavoro psicologico.

I riferimenti culturali sono condivisi. Il modello educativo francese, il rapporto con la scuola, certe dinamiche familiari tipiche: non devono essere spiegati, sono già compresi. E con una psicologa che è a sua volta expat, anche l’esperienza dell’espatrio non va giustificata.

I ricordi emergono più facilmente. I ricordi d’infanzia sono codificati nella lingua dell’infanzia. Raccontarli in francese li rende più vividi e accessibili.

E se la mia vita ormai è in italiano?

Domanda legittima. Molti francofoni che vivono in Italia da anni hanno una vita affettiva “mista”: il partner italiano, i figli bilingui, il lavoro in italiano. In questi casi la flessibilità è preziosa: nelle mie sedute si può passare dal francese all’italiano e viceversa, seguendo il contenuto. Spesso accade spontaneamente: si parla del lavoro in italiano e dell’infanzia in francese. Anche questi passaggi di lingua dicono qualcosa, e diventano materiale utile per il lavoro insieme.

Per chi è particolarmente indicato

  • Chi è arrivato in Italia da poco e non padroneggia ancora l’italiano;
  • chi parla bene l’italiano ma sente che “non è la stessa cosa” quando si tratta di emozioni;
  • adolescenti francofoni cresciuti tra due lingue, che hanno bisogno di uno spazio dove entrambe siano accolte;
  • chi ha già provato un percorso in italiano e l’ha sentito distante o superficiale.

Sono una psicologa francese, bilingue, iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia. Ricevo in francese e in italiano a Milano, a Segrate e online. Se pensi che lavorare nella tua lingua possa fare la differenza per te, contattami: il primo colloquio serve proprio a capirlo insieme.