Famiglie francofone in Italia: accompagnare i figli nel cambiamento

Un trasloco, tante esperienze diverse

Quando una famiglia si trasferisce in Italia, sulla carta è un solo trasloco. Nella realtà psicologica, sono tanti trasferimenti quanti sono i membri della famiglia. Il genitore che si sposta per lavoro vive l’espatrio dentro una cornice di senso: una carriera, un progetto. Il partner che segue spesso lascia un lavoro e una rete sociale, e deve ricostruire tutto. E i figli… i figli non hanno scelto.

Questa asimmetria è il punto di partenza di ogni riflessione sull’espatrio familiare. Nel mio lavoro con famiglie francofone a Milano, vedo quanto spesso le difficoltà nascano proprio qui: ognuno vive un’esperienza diversa, ma ci si aspetta che tutti la vivano allo stesso modo.

Come i bambini e i ragazzi vivono il trasferimento

I bambini piccoli (fino a 6-7 anni) si adattano in genere rapidamente sul piano pratico e linguistico, ma assorbono lo stato emotivo dei genitori. Se mamma e papà sono stressati e disorientati, il bambino lo sente, anche se a casa “va tutto bene”.

I bambini in età scolare affrontano la prova della scuola: nuova lingua, nuovi compagni, metodi diversi. Possono comparire mal di pancia mattutini, regressioni, irritabilità, o un eccesso di “bravura”: il bambino che non dà problemi perché sente che i genitori sono già abbastanza carichi.

Gli adolescenti sono i più esposti. A un’età in cui il gruppo dei pari è tutto, vengono strappati alle loro amicizie e catapultati in un contesto dove devono ricostruire da zero la propria posizione sociale, in una lingua che non padroneggiano. La rabbia verso i genitori (“non ho chiesto io di venire qui”) è frequente e, per quanto dura da ricevere, comprensibile.

I segnali a cui prestare attenzione

Nei primi mesi un certo grado di fatica è normale. Meritano attenzione:

  • difficoltà scolastiche che persistono oltre il primo anno;
  • isolamento sociale: nessun amico, nessuna attività, weekend sempre in casa;
  • sintomi fisici ricorrenti senza causa medica;
  • tristezza o rabbia persistenti, chiusura nel dialogo;
  • negli adolescenti: rifiuto totale dell’italiano e dell’Italia, vita sociale solo online con gli amici rimasti “a casa”.

Cosa possono fare i genitori

Legittimare la fatica, senza drammatizzarla. Frasi come “vedrai che ti piacerà” negano l’esperienza del figlio. Meglio: “È dura, lo capisco. Cosa ti manca di più?”. Si può tenere insieme la validazione della fatica e la fiducia nell’adattamento.

Non appoggiarsi ai figli. A volte i ragazzi, più rapidi nell’imparare la lingua, diventano gli interpreti e i mediatori della famiglia. Un po’ di questo è inevitabile; troppo li carica di una responsabilità adulta.

Mantenere la continuità. Lingua francese a casa, contatti con gli amici e i parenti rimasti, alcuni rituali familiari di “prima”: la continuità dà sicurezza nel cambiamento.

Curare la coppia e se stessi. I figli si adattano meglio quando i genitori stanno ragionevolmente bene. Prendersi cura del proprio adattamento non è egoismo: è genitorialità.

Quando e come può aiutare uno psicologo

Lavoro con le famiglie francofone su più livelli, a seconda delle situazioni: colloqui di sostegno alla genitorialità (come accompagnare i figli nel cambiamento), percorsi individuali per adolescenti che faticano nell’adattamento, e sostegno al genitore che vive con più difficoltà il proprio espatrio. Il lavoro può svolgersi in francese, in italiano o in entrambe le lingue: esattamente come la vita delle famiglie che incontro.

Se la vostra famiglia sta attraversando un trasferimento difficile, contattatemi: a volte pochi colloqui bastano a rimettere in movimento una situazione bloccata.