Expat blues: solitudine e nostalgia, quando chiedere aiuto

Quella tristezza che non si può confessare

C’è una forma di tristezza tipica di chi vive all’estero, che raramente trova spazio per essere raccontata. Da fuori, la vita dell’expat sembra un privilegio: una nuova città, un buon lavoro, gli aperitivi a Milano, le foto sui social. Come si fa a dire “sto male” quando tutti ti dicono “che fortuna”?

Questo è il cuore dell’expat blues: una malinconia fatta di solitudine, nostalgia e senso di estraneità, resa più pesante dal fatto che sembra illegittima. Molte delle persone francofone che ricevo nel mio studio iniziano il primo colloquio scusandosi: “So che non avrei motivo di lamentarmi, però…”.

Il primo passo è proprio questo: riconoscere che il malessere è reale e legittimo, indipendentemente da quanto la vita appaia desiderabile da fuori.

Perché la solitudine dell’expat è diversa

La solitudine di chi vive all’estero ha caratteristiche specifiche.

È una solitudine tra la gente. Si può avere un’agenda piena: colleghi, conoscenti, eventi: e sentirsi profondamente soli, perché mancano le relazioni in cui si è conosciuti davvero, quelle costruite in anni di storia condivisa.

È aggravata dalla lingua. Anche con un buon italiano, c’è uno scarto tra ciò che si vorrebbe esprimere e ciò che si riesce a dire. L’umorismo, le sfumature, la spontaneità si perdono, e con loro una parte della propria personalità sociale.

È fatta di assenze nei momenti chiave. I compleanni mancati, i nipoti che crescono nelle foto, l’amica che attraversa un momento difficile e tu non ci sei. E i genitori che invecchiano a mille chilometri di distanza: una delle preoccupazioni più frequenti e dolorose che ascolto.

La nostalgia: quando è risorsa, quando diventa trappola

Il “mal du pays” non è di per sé un problema. La nostalgia è la prova che abbiamo legami significativi, e nelle giuste dosi mantiene viva la continuità della nostra storia. Diventa una trappola quando:

  • occupa la maggior parte dei pensieri quotidiani;
  • impedisce di investire nella vita presente (“tanto prima o poi torno”);
  • idealizza il paese d’origine al punto da rendere ogni confronto con l’Italia una sconfitta;
  • si trasforma in tristezza persistente, perdita di interesse, isolamento.

In questi casi non si tratta più di semplice nostalgia, e merita attenzione.

Cosa puoi fare concretamente

Legittima il tuo malessere. Smetti di confrontarti con l’expat ideale che “si gode l’esperienza”. Le difficoltà fanno parte dell’espatrio quanto le opportunità.

Investi in poche relazioni vere. Meglio coltivare due o tre rapporti con regolarità che collezionare conoscenze. Le amicizie profonde richiedono frequentazione ripetuta: un corso, uno sport, un’associazione frequentati con costanza funzionano meglio di mille eventi una tantum.

Crea rituali tra i due mondi. Momenti fissi di contatto con casa (senza esagerare) e rituali nuovi che radichino nel presente italiano.

Attenzione ai segnali di allarme. Se la tristezza è presente quasi ogni giorno da settimane, se dormi male, se ti sei isolato, se niente ti dà più piacere, è il momento di parlarne con un professionista.

Come lavoro su questi temi

Nei percorsi di sostegno psicologico con expat francofoni lavoriamo insieme su tre piani: dare spazio e legittimità alle emozioni, spesso represse a lungo; elaborare le perdite legate all’espatrio; e ricostruire attivamente appartenenza e progettualità nella vita presente. Il fatto di poterlo fare in francese, nella lingua delle emozioni, rende il lavoro più diretto e profondo.

Se ti riconosci in queste righe, sappi che non sei l’unico a sentirti così: e che non è obbligatorio aspettare che passi da solo. Contattami per un primo colloquio a Milano o online.